Quote
"Attaccato dietro la porta di casa c’era un foglietto scritto a penna, monito e metafora della vita: “Non aprite alla Rai TV"

— Nopay TV

Text

Via Renato Simoni 60 - La fame tossica (chimica)


qui sopra il famoso chiosco che vende cibo agli affamati 

- Io ho fame. Voi non avete fame?
- Guarda l’ora, sono le cinque
- Passa al chioschetto del Verano

Il Verano, a Roma, è il cimitero. Il chioschetto vicino al Verano è un “pezzettone” di lamiera dove si vende alcol e cibo a chi è ubriaco e sta tornando a casa lacerato dalla fame tossica (chimica). Trattasi di un posto figo (nell’accezione “utilitaria” del termine) che viene incontro ai bisogni di un target specifico di consumatori molto più di quanto non facciano i chioschi che vendono fiori (a Roma si possono acquistare rose a qualsiasi ora del giorno e della notte, lo fanno per far scopare la gente? No, lo fanno perché tutte le piante dentro i chioschi non c’entrano e i pakistani prendono pochi spicci di euro per dormirci dentro).

Nel paradiso dell’affamato si parcheggia alla cazzo, si scende in fretta, le luci sono calde, i funghi galletti in bella vista, in bella vista le mozzarellone, le pagnotte di pane e le bottiglie di romanella. Gli affamati delle cinque non badano a spese, contano i soldi avanzati nelle tasche, quelli sopravvissuti all’assalto degli esercenti e acquistano compulsivamente lasciandosi trasportare dalle ondate di umori gastrici.

Razziare e ripartire, parcheggiare e correre, attendere con ansia l’ascensore con le croci celtiche incise con l’antico metodo “chiave su legno”. Silenzio.

- Ma non è che Donato s’incazza che cuciniamo a quest’ora?

break
Donato è il più anziano partecipante al gioco “viviamo in una casa sulla Tiburtina”. Mai eliminato, all’epoca aveva nel suo palmarès venti anni di occupazione di suolo verde piastrellato, la “camera più grande”, una collezione di dischi da far impallidire il “disfunzioni musicali” di un tempo (chi fosse di Roma e si ritrovasse a bivaccare per san lorenzo negli anni novanta sa di cosa sto parlando, per tutti gli altri, trattasi del meglio fornito negozio di musica che c’era nella capitale), ma soprattutto era un professionista dei fornelli e conosceva la differenza tra “surgelato e congelato”.
end break

No, Donato non “sencazzò”, Donato non c’era, c’era il giovane conte transilvano, ma lui una volta muratosi in camera diventava sordo.

Cucinammo i funghi, coi tortellini, con due petti di pollo, mezzo chilo di macinato e venne fuori un gustosissimo primo-secondo-contorno per tre. IN pratica l’architettura del piatto aveva solide fondamenta che poggiavano su un apporto equilibrato di animali morti e grassi saturi. Il petto di pollo adagiato su un letto di tortellini alla norcina con panna, come dire di no ad un piatto del genere a serata già finita?

Ruttammo draghi morti tutta la notte, ci svegliammo la mattina che pioveva, arrivammo alla facile conclusione che la romanella era come al solito colorante viola con spremuta di mal di testa e ci rassegnammo ad innaugurare la colazione del sabato mattina: “trenta gocce di novalgina” per far passare anche il mal di testa più temibile, quello che comincia per “hai-dormito-tutto-il-pomeriggio,ora-invece-di-venire-a-prendermi-per-stare-un-pò-con-me-vuoi-giocare-al-gioco-del-calcio-con-gli-amici-tuoi? Sai-che-c’è-rimanici-pure-per-sempre-con-gli-amici-tuoi!” e si conclude con: faccia stizzita, mento all’insù, braccia conserte e muso formichiere.

v.

puntate precedenti:
Via Renato Simoni 60 - Me cago en el amor 
Via Renato Simoni 60 - Il Gargoyle adescato su internet 
Via Renato Simoni 60 - Quel giorno del pompino 

Text

Via Renato Simoni 60 - Me cago en el amor


l’ingresso del Baraonda visto da ubriaco 

Ero triste, la mia storia con C. non funzionava più, ci lasciammo, la lasciai, mi lasciò, non ricordo esattamente come finì, ricordo che la depressione mi pisciava dal ginocchio come da un albero di banano casca l’acqua durante una una tempesta ai caraibi.

Ogni volta che mi accendevo una sigaretta mi prendeva l’ansia. La carriera universitaria era agli sgoccioli e il futuro incerto faceva scopa con la felicità a momenti di cui parlava Carotone nella sua canzone “Me cago en el amor”. Decisi di partire per scaricare i nervi in quel di Viareggio.

- Andrè
- oh vale, come stai?
- che fai questo weekend?
- solite cose, andiamo a ballare, ci ubriachiamo
- problema se salgo?
- macché
- sono già per strada

Il viaggio fu un lungo “rimani sveglio”, avevo bevuto due birre prima di mettermi in viaggio, esattamente come prescriveva l’ACI nel lontano 2004, quando bere e guidare non era ancora visto proprio male. All’epoca la gente beveva ai matrimoni, tornava a casa e faceva i figli. Adesso, invece, beve ai matrimoni, la moglie evita e guida al ritorno, quando si torna a casa, lui dorme, lei lo guarda, lo odia, si annoia.

Ricordo che ascoltai tutti i cd che avevo in macchina, erano tutti rigati e riposti nel cruscotto insieme alle multe, due stecchini di ferro per mangiare la fonduta, dei laccetti e una pistola ad acqua color fucsia. Per qualche minuto, durante la sosta piscia/caffè/gratta e vinci all’autogrill, fui quasi tentato di comprare il meglio di Antonello Venditti, ma non c’era Roma Roma Roma.

Raggiunsi Viareggio in pratiche sei ore di viaggio. Arrivai alle 22 con un 527 km di sete arretrati. Ricordo solo che fu una corsa contro il tempo, ma riuscimmo a ristabilire il corretto livello di alcol nel sangue previsto dalle leggi della Versilia per il venerdì sera. Alle 23 avevamo finito di mangiare, alle 23.50 Andrea vomitava nel parcheggio del Baraonda. Tra le 23.52 e le 23.54 io e Andrea, eroi dell’anno in quel 2004, buttammo giù un litro, uno, di limoncello del Penny. All’epoca l’alcol costava di meno, ve lo ricordate?

Poi la realtà si fece frammentaria quando un ometto ci offrì della skunk, ricordo solo dei flash: zac! altro locale, zac! scolaresca di svedesi, zac! Andrea coi pantaloni vomitati con grande eleganza, non sembrava nemmeno vomito brutto, era vomito da passeggio, con una svedese a tracolla avrebbe chiuso il cerchio.

Mi ricordo che mi ero ripromesso di pensare un po’ a C. il giorno dopo. Non lo feci, mi svegliai con una testa piena di cocci e la mamma di Andrea che cucinava pesci dentro pesci conditi con zuppa di pesce e scaglie di pesce in crosta di pesce. Avevo i conati che uscivano dagli occhi ma sorridevo, ero disperatamente felice. Senza mezzi termini.

Il weekend finì a Firenze a casa di un amico di Andrea che viveva con negrone di due metri che possedeva, e su richiesta cedeva, grosse quantità di delizioso fumo per stordirsi. Momenti fantastici, rispetto alla bassa marea emotiva di Roma. Quella sera durò poco e barcollò molto. Con Andrea ci salutammo il giorno dopo in un punto x di Firenze e in un modo o nell’altro riuscìì a non comprare nemmeno al ritorno il Meglio di Antonello Venditti.

v. 

puntate precedenti:
Via Renato Simoni 60 - Il Gargoyle adescato su internet 
Via Renato Simoni 60 - Quel giorno del pompino 

Text

Via Renato Simoni 60 - Il Gargoyle adescato su internet

Una volta mi svegliai ed ero talmente assonnato che uscii dalla camera con gli occhi chiusi mentre mi grattavo il culo, mi girai e mi accorsi che qualcosa non tornava. C’era un Gargoyle in casa.

Io l’ho guardato, esso mi ha guardato, sono passati due secondi che sono sembrati due millenni con un paio di glaciazioni comprese, mi sono girato e ho controllato che quella fosse la mia camera: 

. la polvere a forma di maglione per terra, c’era
. le mattonelle in finto legno staccate per metà, c’erano
. i libri impolverati “java 2me”, c’erano

quindi quella era la mia stanza, restava la questione Gargoyle in corridoio.

Ad un certo punto esce lui, capello ondulato pelato lungo, polo aperta fino all’ultimo bottone disponibile, sicurezza da novello della dinastia dracula dopo il primo natale in famiglia.

Mi guarda, la guarda, mi guarda, l’abbraccia.

buongiorno - mi fa
uè - gli faccio 
piacere - faccio rivolto a lei con l’altra mano ancora nelle mutande - v.
piacere Gargoyle (nome cancellato l’istante successivo) 
vado in bagno, scusate

Cacai perplesso.

Poco dopo scopro che il Gargoyle era una donna di mezza età del tavogliere delle Puglie. Io avrei scommesso forte sull’età: tra i 30 e i 500 anni.

Aveva un figlio, un marito ed era stata adescata online dal mio coinquilino transilvano suonatore di strumenti da orchestra (nome dello strumento cancellato ogni volta nell’istante successivo in cui me lo diceva).

Mi ricordo che fu uno dei pranzi più imbarazzanti della mia vita, il Gargoyle mi osservava, ogni tanto parlava del figlio, io lo guardavo e riuscivo a pensare solo che fino a pochi minuti prima, il Gargoyle, era nella stanza antisettica a farsi insifonare dal mio coinquilino.

- no, grazie, non mi vanno i tortellini - risposi con cortesia all’offerta del giovane seguace della filosofia “no filter at the entrance” (i tortellini erano il piatto delle occasioni speciali, li comprava secchi, lo yemenita, nel discount sotto casa, li portava su, li cambiava di busta come si fa coi pesci rossi e loro non morivano, proprio come i pesci rossi, li metteva dentro l’armadio e li tirava fuori nei giorni di festa. Feste del cazzo).

Mangiai del pane con il salame per ridurre al minimo indispensabile il contatto visivo con esso/essa/quella cosa là, ma lei riuscì a trascinarmi ancora un pezzettino più giù, in mezzo alla puzza di carogna, in quella simpatica mattinata di metà giugno. Telefonò al marito e andò più o meno così:

- sì, amica di Gargoyle ti saluta, sta qui, siamo a casa sua, adesso sta preparando il pranzo
- sì, non ti preoccupare prendo il bus quando torno domani sera
- sì, è bellissima come sempre Bologna
- passami figlio di Gargoyle, ciao figlio di Gargoyle
- ok, mamma torna domani sera

Ero in fase conato quando suonò il citofono, “anche Satana o il Papa vanno benissimo”, pensai. Era il portiere che cercava il mio coinquilino (erano amici, ricordate? - puntata 1 - il mio coinquilino si vestiva bene per guardare le fighe passare davanti al portone tutto il pomeriggio, alle sette, quando il portiere staccava, si salutavano e lui risaliva), lo chiamai, e il conte si assentò dall’ascolto di quella terribile telefonata strappabudella. 

Tornai in cucina giusto il tempo tecnico di un “Ciao, vado dillà che domani ho un esame importantissimo e fondamentale per la riuscita del mio piano di sopravvivenza in questo mondo crudele e cinico, salutami tuo figlio”.

Tornai in camera, per lo schock rimasi a guardare la mensola montata a cazzo che bloccava l’apertrura di un’anta dell’armadio. Ogni volta che guardavo quell’armadio a sei ante di cinque metri per due, nel quale si potevano occultare una ventina di cadaveri, la mia mente veniva illuminata a giorno da un numero impressionante di fantastiche bestemmie.

v.

Text

Via Renato Simoni 60 - Quel giorno del pompino

Intro: Ieri ho scoperto di aver vissuto nello stesso appartamento di Spaam. Tra una chiacchiera e l’altra è venuto fuori che non ci siamo mai incontrati per una robba di pochi mesi. Lui era andato verso Berlino e io, dalla provincia, verso Roma. Via Renato Simoni era l’indirizzo dello stabile dove siamo abitati, lui per un annetto, io per tre anni. I palazzi erano talmente vicini che se fossero stati alti tre piani di più, alzando la testa sarebbe stato impossibile vedere il cielo..

in grigio una proiezione..

Mi ricordo quel settembre, vivevo a via Renato Simoni 60, in zona Tiburtina, mi ricordo che per qualche strambo motivo mi ero iscritto in palestra, facevo prepugilistica e cercavo di non prenderle dai coatti che non facevano differenza tra allenamento e rissa da strada. 

Ma questo non c’entra.

Un giorno in particolare lo ricordo bene per due motivi. Un motivo è che diluviò, diluviò talmente tanto che si tapparono tutti i tombini e tornando dalla palestra, mentre cercavo di raggiungere il marciapiede, feci un salto lungo, ma non lungo abbastanza, e atterrai dentro una buca. Sembrava Ostia (Oltre a far cacare, il mare di Ostia ha il fondale è pieno di buche), la scarpa toccò l’asfalto quando il misto “acqua-merda di cane-piuma di piccione-grigio polveri sottili-giallo cicche” arrivò fino al ginocchio. 

Bestemmiai talmente forte che mi uscì del buco dal naso, poi fischiatteai per svagare, se ne accorse soltanto un vecchio che si riparava dentro il bar a due metri dal mio Porco.

Arrivai a casa, attesi con finta calma che il coinquilino finisse l’acconciatura per il pomeriggio e l’acqua calda (il mio coinquilino si vestiva bene per stare insieme al portiere all’ingresso del palazzo a guardare le fighe che passsavano) e dopo una doccia gelata decisi che la giornata doveva essere sepolta sotto una gloriosa tre ore di Pc Calcio. 

break  
Era un periodo stupendo della mia vita, mi svegliavo la mattina e aspettavo che qualcuno mi “richiamasse” per lo stage che avrebbe dovuto concludere la mia gloriosa carriera universitaria, aspettai sei mesi e poi mi buttai su una tesi sperimentale.
end break

Dopo un paio d’ore di Pc Calcio, mentre mi tormentavo nel decidere se Ronaldinho poteva essere o meno un giocatore da Roma, la mia attenzione venne sequestrata da una scena ad impatto erotico cento, per il mio cervello fu come stare sul titanic mentre lo scoglione impattava la nave. BéM!

Scena illuminata ad intermittenza dal televisore.

Luce bianca: lei in ginocchio e lui seduto. Luce scura: suspence. Luce bianca: lei sta facendo.. un pompino?. Luce scura: suspence. Luce bianca: si, lei sta facendo un pompino a lui che. Luce scura: suspence. Luce bianca: sì, lui guarda la tv. 

A quel punto il telefono squilla.

io: oh
dall’altra parte: che fai, escimo?
io: chi è?
frappa: sò io, chi è?
io: scusa, c’è una che sta facendo un pompino al compagno-marito-zio-qualcosa in diretta dal palazzo di fronte
frappa: ah e come fai a vederlo
io: semmai mi capiterà di scopare in camera mia devo ricordare di chiudere le finestre o almeno evitare di farlo con la tv accesa, scommetto che questi lo stanno facendo per avere qualcosa in cambio. Ci vediamoooo, tra una ventina di minuti qui?
frappa: arrivo, porto la festa del giovedì sera?
io: che?
frappa: due canne e la play
io: giusto, magari questi continuano e cerchiamo di capire che cosa sta guardando in tv, che sembra qualcosa di interessante.: ah e come fai a vederlo

Quote
"Via Renato Simoni 60 è stata la mia fortezza Bastiani per un anno. Davanti, il deserto spirituale, era rappresentato da un altro palazzo di dimensioni uguale al mio. Lo potevi toccare con mano e nelle notti insonne, immaginavo i dirimpettai invaderci con ponti mobili e liane, in una guerra extra-condominiale."

— Il portiere all’ingresso, mi salutava sempre.